Masticare ci protegge dalla pubblicità, ma forse ci danneggia mentre studiamo.

Scritto da Dott. Leonardo Corsetti, Psicologo - Psicoterapeuta Mercoledì 16 Ottobre 2013 17:16

boccaUno dei meccanismi che permette alla pubblicità di incrementare le vendite consiste nella ripetizione del nome del prodotto, al fine di renderlo familiare al consumatore.

Soprattutto i nuovi marchi/prodotti hanno un bisogno vitale di questa fase iniziale di familiarizzazione.

Ricerche precedenti hanno già dimostrato che il meccanismo alla radice di questo fenomeno si basa sul fatto che la ripetizione rende più facile la percezione dell’informazione.

Una recente ricerca ha ora evidenziato che il processo di apprendimento inizia nella bocca, cioè, ogni volta che incontriamo un nuovo nome le labbra e la lingua automaticamente iniziano a simularne la pronuncia.

Ciò avviene in modo inconscio e senza il bisogno di un reale movimento della bocca.

Di conseguenza, quando il nome viene udito ripetutamente di fatto attiva un allenamento automatico che ne favorirà, in seguito, la pronuncia e l’apprendimento.

Se la bocca è impegnata a fare altro, come ad esempio nel masticare un chewingum, l’allenamento non potrà avvenire e la ripetizione del messaggio perderà il suo effetto.

Tutto ciò è stato dimostrato grazie ad uno studio sperimentale che si è articolato in due fasi.

Nella prima fase 96 persone sono state invitate in una vera sala cinematografica per visionare un film intervallato da alcuni messaggi pubblicitari.

A metà dei soggetti sono stati forniti pop corn da sgranocchiare gratuitamente, mentre all’altra metà è stata data una sola zolletta di zucchero all’inizio della proiezione.

Una settimana dopo tutti i soggetti sono stati richiamati per valutare l’effetto dei messaggi pubblicitari.

È stato chiesto loro di esprimere delle preferenze su una serie di prodotti e nel frattempo sono state valutate le loro risposte fisiologiche in relazione ai prodotti nuovi e a quelli già pubblicizzati la settimana precedente.

I soggetti che, durante la proiezione, non avevano nulla da sgranocchiare hanno mostrato una netta preferenza per i prodotti reclamizzati, al contrario chi aveva la possibilità di mangiare pop corn non ha subito l’effetto del messaggio promozionale. Questa differenza è emersa sia valutando le scelte effettive dei prodotti sia analizzando i livelli di attivazione fisiologica durante la presentazione degli stimoli.

In una seconda fase condotta su 188 persone si è deciso di dare, una settimana dopo la proiezione dei messaggi pubblicitari, una piccola somma di denaro ad ogni partecipante, denaro da spendere per acquistare un prodotto a scelta o da devolvere in beneficenza.

Anche in questo caso i soggetti appartenenti al gruppo di controllo (quelli che non avevano la bocca impegnata nella masticazione) hanno scelto molto più spesso di acquistare i prodotti presentati durante gli spot pubblicitari.

In conclusione è logico ipotizzare che se la masticazione inibisce il processo automatico di pronuncia necessario all’apprendimento tanto da rendere inefficace un messaggio pubblicitario, forse non è molto vantaggioso sgranocchiare stuzzichini o masticare chewingum mentre si studia.

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Mens sana in corpore sano: le basi biologiche

Scritto da Dott. Leonardo Corsetti, Psicologo - Psicoterapeuta Mercoledì 16 Ottobre 2013 00:00

Mens sana in corpore sanoÈ stata isolata una proteina che tende ad aumentare in conseguenza dell’esercizio fisico prolungato ed è stata iniettata in topi non sottoposti ad attività motoria.

In questi topi la proteina in questione è stata capace di attivare alcuni geni responsabili dello sviluppo neuronale, sviluppo importantissimo nei processi di memorizzazione e apprendimento.

La ricerca è utile per comprendere il meccanismo alla base di un fenomeno noto da tempo e cioè del fatto che l’attività fisica tende a migliorare le capacità cognitive, soprattutto in soggetti anziani.

Il gruppo di ricerca ha in precedenza dimostrato che la proteina FNDC5 (Irisina)   viene prodotta e rilasciata nel flusso sanguigno in conseguenza di uno sforzo fisico prolungato.

In questo nuovo studio si è scoperto che l’esercizio fisico ha aumentato nei muscoli l’attività di una molecola coinvolta nella regolazione del metabolismo, la PGC-1α, che a sua volta ha favorito la produzione della proteina FNDC5.

A catena, la maggiore quantità di FNDC5 nel sangue ha favorito l’espressione del fattore neurotrofico cerebrale BDNF (Brain-derived neurotrophic factor) nel giro dentato dell’ippocampo. Una parte del cervello nota per essere coinvolta nei processi di apprendimento e memorizzazione.

Il BDNF è una neurotrofina che contribuisce a sostenere la sopravvivenza dei neuroni già esistenti, e favorisce la crescita e la differenziazione di nuovi neuroni e sinapsi soprattutto nell’ippocampo, una delle due aree che nell’adulto sono ancora capaci di generare nuove cellule.

La ricerca ha dimostrato che l’esercizio fisico stimola la produzione di BDNF nell’ippocampo.

Precedentemente non era chiaro il meccanismo che legava questi due fattori, ora è stato individuato un collegamento tra esercizio fisico, PGC-1α, FNDC5 e BDNF.

Ma i ricercatori si sono spinti oltre, chiedendosi se fosse possibile aumentare in modo artificioso i livelli di FNDC5 in soggetti (cavie da laboratorio) non sottoposti ad esercizio fisico intensivo ed ottenere gli stessi vantaggi in termini di aumento della neurotrofina BDNF.

Hanno usato un virus innocuo per diffondere la proteina FNDC5 attraverso il flusso sanguigno di topi “a riposo” e dopo una settimana esaminando il cervello di questi animali hanno constatato un significativo incremento della BDNF nell’ippocampo.

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Il dolore emotivo viene gestito dal cervello con gli stessi meccanismi del dolore fisico.

Scritto da Dott. Leonardo Corsetti, Psicologo - Psicoterapeuta Mercoledì 16 Ottobre 2013 17:04

rifiuto-socialeI dati di una recente ricerca mostrano che il sistema antidolorifico del cervello si attiva non solo in risposta a danni fisici ma anche per proteggerci dal dolore psicologico.

Inoltre sembra che le persone classificate in base ai test psicologici come “resilienti”, dotate cioè di quel tratto di personalità che le rende capaci di adattarsi ad eventi traumatici, abbiano un sistema antidolorifico più efficiente rispetto alle altre.

La ricerca è stata condotta combinando l’utilizzo di tecniche di scansione cerebrale, capaci di monitorare il rilascio di specifiche sostanze chimiche, con un modello informatico di “appuntamenti online” progettato allo scopo di analizzare le reazioni al rifiuto sociale.

Le ricerche si sono concentrate sul sistema di recettori denominato μ-opioid receptors (MOR), lo stesso sistema che il gruppo di ricerca ha analizzato per anni in relazione al dolore fisico.

Nel corso di più di un decennio è stato dimostrato chiaramente che in presenza di dolore fisico si attiva nel cervello il rilascio di sostanze oppiacee, nello spazio inter-sinaptico, al fine di ridurre la percezione del dolore stesso.

Ora siamo di fronte alla prima prova sperimentale del fatto che lo stesso sistema antidolorifico viene chiamato in causa quando è necessario affrontare un dolore di tipo psicologico.

Lo studio ha coinvolto 18 adulti ai quali è stato chiesto di identificare, all’interno di un database, il profilo di alcune persone interessanti per poter dare inizio ad una relazione sentimentale.

Successivamente, i soggetti sono stati sottoposti a PET (tomografia ad emissione di positroni o, dall'inglese Positron Emission Tomography).

Mentre i loro cervelli venivano scansionati dalla macchina è stato detto loro che i soggetti che avevano selezionato per iniziare una relazione non erano affatto interessati alla proposta.

In sostanza veniva detto loro che erano stati rifiutati, per di più da persone che loro ritenevano interessanti.

Le scansioni effettuate in qui momenti hanno evidenziato il rilascio di oppioidi.

Rilascio che è avvenuto soprattutto nelle aree dello striato ventrale, dell’amigdala, dell’area mediana del talamo e nella sostanza grigia periacqueduttale.

Aree coinvolte nell’elaborazione del dolore fisico.

Gli individui che hanno mostrato nei test alti tratti di resilienza tendevano a rilasciare quantità maggiori di oppioidi soprattutto nella zona dell’amigdala, regione del cervello coinvolta nell’elaborazione emotiva.

Ciò suggerisce che il rilascio di queste sostanze durante episodi di rifiuto sociale possa avere una funzione adattiva o protettiva.

È plausibile ipotizzare che soggetti affetti da ansia o depressione siano semplicemente meno capaci di rilasciare oppioidi nei momenti di stress psicologico o sociale.

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Proiezione ed empatia: i meccanismi cerebrali.

Scritto da Dott. Leonardo Corsetti, Psicologo - Psicoterapeuta Mercoledì 16 Ottobre 2013 16:58

empatiaSpesso interpretiamo le emozioni degli altri basandoci sul nostro stato emotivo, e questo può indurci a commettere degli errori di valutazione.

I ricercatori hanno ora identificato un meccanismo cerebrale che sembra si attivi in automatico per aiutarci a correggere tali valutazioni erronee.

Quando siamo tristi e depressi tutto ci appare grigio e spento, al contrario se siamo felici riusciamo a godere della bellezza anche di un singolo fiore e siamo convinti che il mondo gioisca con noi.

Questo fenomeno proiettivo che è alla base della nostra capacità di comprendere gli altri può tuttavia essere anche la causa di grossolani errori di prospettiva, errori denominati egocentricity bias in the emotional domain EEB. In sostanza: pregiudizi errati a causa di un punto di vista emozionale egocentrico.

In una serie di esperimenti i ricercatori hanno prima determinato la probabilità dei alcuni soggetti di compiere questo tipo di errore poi, grazie alla risonanza magnetica funzionale,  hanno identificato l’area del cervello maggiormente attiva quando venivano date queste valutazioni.

L’area in questione è il Giro sopramarginale.

In una terza fase dell’esperimento gli studiosi hanno volontariamente sabotato la funzionalità di questa zona del cervello grazie alla Stimolazione magnetica transcranica.

Inibendo l’attività cerebrale del Giro sopramarginale hanno verificato che i soggetti incrementavano considerevolmente, loro malgrado, il numero di interpretazioni emotive errate.

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L’ Alzheimer sembra essero correlata alla sindrome delle apnee ostruttive nel sonno.

Scritto da Dott. Leonardo Corsetti, Psicologo - Psicoterapeuta Giovedì 10 Ottobre 2013 18:54

alzheimerLa malattia di Alzheimer colpisce milioni di persone in tutto il mondo.

In uno recente studio un gruppo di ricerca della Clinica Neurologica dell’Università Politecnica delle Marche ha descritto un’interessante correlazione tra la presenza di disturbi respiratori nel sonno e l’ Alzheimer.

Lo studio ha evidenziato che una percentuale significativa di pazienti affetti da Alzheimer soffre anche di OSAS, la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno.

La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno è caratterizzata da ripetuti episodi di completa o parziale ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno, normalmente associati ad una riduzione della saturazione di ossigeno nel sangue.

Sono soprattutto  queste variazioni sfavorevoli del flusso sanguigno cerebrale durante la notte che favorirebbero l’insorgenza di un progressivo declino cognitivo.

Sulla base di questi risultati appare chiaro che individuare e trattare la sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS) prima che diventi così grave da provocare effetti irreversibili sulla circolazione cerebrale deve essere considerato un approccio clinico molto promettente per limitare i danni dell’Alzheimer.

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Schiacciato dal senso di colpa: la ricerca dimostra che non è solo una metafora.

Scritto da Dott. Leonardo Corsetti, Psicologo - Psicoterapeuta Giovedì 10 Ottobre 2013 18:49

senso-di-colpaSembra che siano state trovare le prove del fatto che l'esperienza emotiva del senso di colpa possa essere correlata direttamente con la sensazione corporea  di pesantezza e affaticamento.

La ricerca è stata condotta all’interno del quadro teorico di riferimento della Embodied cognition.
L’Embodied cognition (Cognizione Incarnata) è una prospettiva teorica che esamina come i nostri pensieri e le nostre emozioni interagiscono con il nostro corpo per guidare il comportamento manifesto.

Il senso di colpa spesso è associato ad un peso sulla coscienza da dover sopportare.
I ricercatori hanno cercato di verificare se questo modo di dire sia realmente correlato ad una variazione di peso percepito a livello corporeo.

In una serie di studi è stato chiesto a soggetti scelti a caso di riportare alla memoria il ricordo di un comportamento immorale che li ha fatti sentire in colpa.

Successivamente è stato chiesto loro di valutare al sensazione soggettiva del proprio peso rispetto alla media percepita quotidianamente.

Questi dati sono stati confrontati con quelli ottenuti da altri campioni di controllo ai quali era stato chiesto di ricordare memorie relative a comportamenti etici, a comportamenti neutrali o ai quali non era stato chiesto di ricordare nulla.

È emerso che il ricordo di comportamenti immorali è associato alla percezione di un maggiore peso corporeo. Tale sensazione è correlata direttamente al senso di colpa e non si manifesta in relazione ad altri sentimenti negativi quali ad esempio la tristezza o il disgusto.

In una fase successiva della ricerca sono stati valutati anche gli effetti di questa accresciuta percezione del proprio peso.

Effetti che si concretizzano in una percezione amplificata dello sforzo necessario per completare una serie di richieste di aiuto a vantaggio di terzi.

In sintesi: i soggetti che hanno ricordato eventi collegati al senso di colpa si sono sentiti fisicamente appesantiti.

Questa pesantezza, inoltre, ha aumentato la percezione della fatica fisica necessaria per l’espletamento di compiti assegnati loro all’interno del setting sperimentale.

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Per secoli, il pettegolezzo è stato considerato in modo estremamente negativo: chiacchiere maligne che hanno come unica funzione quella di danneggiare la reputazione e il...

Ipse Dixit

Il rifiuto, come prima risposta all'episodio che provoca la sofferenza, è legittimo e necessario poiché il rifiuto ci mette dinnanzi alla causa del nostro turbamento. Negandolo con tutte le nostre forze, mobilitandoci per pretendere che non abbia avuto luogo, noi gli forniamo una consistenza che, di fatto, lo rispetta. Mentre pensiamo di ignorarlo, ne stiamo piuttosto disegnando i contorni.
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