A caccia di ricordi

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Gli uomini ricordano le informazioni apprese in precedenza utilizzando la stessa strategia usata dalle api per cercare il polline o dagli uccelli per cercare le bacche tra i cespugli.

I ricercatori dell'Università di Warwick e dell'Università dell'Indiana hanno individuato un parallelismo tra la modalità con la quale gli esseri umani vanno alla ricerca dei loro ricordi e la modalità con la quale gli animali cercano il cibo in natura, suggerendo che chi utilizza una strategia di recupero più efficace ottiene anche i risultati migliori dal punto di vista della capacità di memorizzazione.

Gli scienziati hanno sottoposto 141 studenti (46 uomini e 95 donne) ad un compito nel quale si chiedeva loro di ricordare il maggior numero di nomi di animali possibile in soli tre minuti, e hanno poi confrontato i risultati con un modello classico di "foraggiamento ottimale" nel mondo reale, il teorema del valore marginale, che ha lo scopo di predire quanto tempo gli animali rimarranno in un determinato territorio a caccia di risorse prima di saltare ad un altro territorio.

Meglio la destra o la sinistra?

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Ci piace immaginarci come creature razionali: immagazziniamo informazioni, le valutiamo attentamente e alla fine scegliamo in modo estremamente ponderato la cosa migliore.

Ma a quanto pare ci stiamo prendendo in giro, nel corso degli ultimi decenni infatti gli scienziati hanno dimostrato più volte che ci sono fattori interni ed esterni capaci di influenzare il nostro modo di pensare, di sentire e di decidere.

Uno di questi fattori, stando ai risultati di una nuova ricerca pubblicata nel numero di dicembre della rivista Current Directions in Psychological Science, è rappresentato dal nostro stesso corpo. Alcuni ricercatori hanno infatti dimostrato che le caratteristiche e le specificità del nostro corpo sono in grado di influenzare, in modo prevedibile, diversi aspetti del nostro comportamento.

Un modo attraverso il quale il nostro corpo potrebbe influenzare il processo decisionale è rappresentato dalla preferenza ad utilizzare la mano destra o la mano sinistra, dall'essere cioè destrimani o mancini.

Disturbi del sonno e problemi della memoria.

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In base ad una ricerca che verrà presentata nel corso del prossimo meeting dell'American Academy of Neurology's la quantità e la qualità del sonno sembra essere correlate con l'insorgenza di disturbi della memoria.

I disturbi del sonno sembrano essere collegati con l'accumulo, nel cervello, di placche amiloidi o placche senili. Formazioni extracellulari, costituite da una parte centrale in cui si accumula la proteina amiloide e una parte periferica in cui si depositano detriti neuronali, che rappresentano una delle caratteristiche microscopiche principali del morbo di Alzheimer.

I ricercatori hanno testato per due settimane i cicli del sonno di 100 persone di età compresa tra 45 e gli 80 anni, non affette da problemi di demenza.
Metà del campione aveva tuttavia familiarità con la malattia di Alzheimer, cioè almeno uno dei genitori aveva una diagnosi di demenza degenerativa primaria di tipo Alzheimer.

Questione di memoria ...

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Sarà successo anche a voi di uscire da un centro commerciale con il carrello pieno di roba senza avere la minima idea di dove avete lasciato la macchina, costretti a scandagliare fila dopo fila tutto il parcheggio maledicendo la vostra inutile memoria!
In base ad una nuova ricerca dell'UCLA (University of California, Los Angeles) sembra che un giorno, forse non troppo lontano, si potrà intervenire direttamente sul cervello per potenziare la formazione dei ricordi.

I neuroscienziati hanno dimostrato che si può rafforzare la memoria, in pazienti umani, stimolando una area specifica del cervello. Pubblicata nell'edizione del 9 febbraio del New England Journal of Medicine, la scoperta potrebbe portare a un nuovo metodo per aumentare la memoria nei pazienti con malattia di Alzheimer.

Il gruppo di ricerca si è concentrato su una porzione specifica del cervello chiamata  corteccia entorinale, considerata la porta di ingresso verso l'ippocampo.
La formazione dell'ippocampo riceve afferenze da una grande quantità di aree corticali attraverso il subicolo e la corteccia entorinale, o il vicino giro paraippocampale.

Come funziona l'effetto placebo

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Per "placebo" si intende una qualsiasi sostanza o terapia innocua che, pur priva di efficacia specifica, sia deliberatamente somministrata alla persona malata al fine di ottenere "l'effetto placebo", cioè una serie di reazioni dell'organismo generate non dal principio attivo di un finto farmaco ma dalle attese e dalle aspettative di sollievo dell'individuo.
È noto dunque che l'effetto placebo riduce la percezione del dolore creando un'aspettativa di sollievo. Distrarsi, ad esempio cercando di risolvere complicati rompicapo, allevia invece la percezione del dolore mantenendo il cervello occupato in altri compiti.
Ma queste due strategie usano gli stessi processi cerebrali?
Le tecniche di neuro immagine (la risonanza magnetica funzionale) suggeriscono che in entrambi i casi è l'attività della corteccia prefrontale dorsale ad intensificarsi, essendo questa l'area del cervello che controlla le funzioni cognitive di alto livello come la memoria di lavoro e l'attenzione, e ciò farebbe concludere che i processi coinvolti nell'effetto placebo e nella risoluzione di un puzzle siano gli stessi.

Chi trova un amico… produce meno cortisolo.

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Chi trova un amico trova un tesoro … e chi ha un amico vicino  nei momenti difficili gode di reali vantaggi fisiologici e psicologici.  Stando a quanto afferma una nuova ricerca, condotto presso la  Concordia University e pubblicata sulla rivista  Developmental Psychology, la presenza del migliore amico nei momenti difficili influisce in modo evidente e significativo sia sui livelli di cortisolo che sul livello di autostima di bambini in età scolare.

Il cortisolo è un ormone prodotto naturalmente dalla ghiandola surrenale in risposta diretta a situazioni di stress, i livelli di tale ormone sono dunque in gran parte influenzati dal contesto sociale e dal valore che attribuiamo alle esperienze che viviamo.

Avere il migliore amico vicino durante un evento spiacevole ha un impatto immediato e diretto sia sul corpo che sulla mente di un bambino. Se un bambino è solo  quando si mette nei guai,  ad esempio con un insegnante o con un compagno di classe, avrà una aumento misurabile dei livelli di cortisolo e una diminuzione dei sentimenti di autostima più marcati rispetto a quando si troverà ad affrontare la stessa situazione in compagnia di una persona fidata.

Possono gli acidi grassi Omega 3 essere utili nella prevenzione e nella cura dei disturbi psichiatrici?

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I ricercatori dello Zucker Hillside Hospital's Recognition and Prevention Program (RAP), che hanno lavorato con adolescenti a rischio di grave malattia psichiatrica nel corso degli ultimi dieci anni, stanno ora studiando l’efficacia degli acidi grassi Omega 3, contenuti nell’olio di pesce, nel trattamento dei sintomi psichiatrici.

Questo nuovo studio, finanziato dal National Institute of Mental Health, è stato progettato per verificare se gli acidi grassi Omega 3 migliorano i sintomi clinici di adolescenti e giovani adulti (di età compresa tra i 12 e i 25 anni) ad elevato rischio psichiatrico.

Il modello sperimentale della ricerca consiste in una randomizzazione a doppio cieco, cioè vengono somministrati alternativamente o sostanza attiva o placebo in modo del tutto casuale e, ne i soggetti coinvolti ne gli sperimentatori sanno a chi è capitato il placebo e a chi l’omega 3.

Il programma di studio RAP metterà poi a confronto i gruppi a distanza di sei mesi in relazione alla maggiore o minore incidenza dei sintomi psichiatrici e al maggiore o minore livello di funzionamento sociale.

I bambini a rischio dislessia evidenziano differenze nei livelli di attività cerebrale anche prima di imparare a leggere.

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I bambini a rischio dislessia evidenziano differenze nei livelli di attività cerebrale, registrate attraverso la risonanza magnetica funzionale, anche prima di imparare a leggere.

Considerato che gli interventi sulla dislessia evolutiva hanno maggiore efficacia se adottati in età precoce e che è necessario prevenire  le frustrazioni conseguenti alle difficoltà tipiche di un non riconoscimento della patologia in età scolare, appare di fondamentale importanza anticipare il più possibile una diagnosi corretta.

La dislessia evolutiva (dislessia non causata da un trauma cerebrale) colpisce una percentuale che oscilla  tra il 5% e il 17% dei bambini. A causa della difficoltà nel manipolare i suoni che sono alla base delle parole (difficoltà nel processo fonologico) i bambini con dislessia hanno una conseguente difficoltà nella mappatura sulla lingua scritta dei suoni orali.

I ricercatori del  Children's Hospital di Boston hanno eseguito delle scansioni, attraverso la risonanza magnetica funzionale, su 36 bambini in età prescolare (età media cinque anni) mentre erano impegnati in una serie di test fonologici (ex.: decidere se due parole iniziavano con lo stesso suono).

I bambini imparano a parlare più tardi delle bambine a causa degli alti livelli di testosterone presenti nel sangue.

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Una nuova ricerca, condotta da scienziati Australiani, rivela che i bambini di sesso maschile, esposti ad alti livelli di testosterone prima della nascita, svilupperanno le competenze linguistiche in ritardo rispetto agli altri.

Circa il 12% dei bambini manifesta un significativo ritardo nell'espressione delle prime competenze linguistiche.

Lo sviluppo del linguaggio è sicuramente legato a caratteristiche individuali, tuttavia è evidente la tendenza nei maschi ad uno sviluppo posticipato rispetto a quello che avviene nelle femmine.

I ricercatori ritengono che questo fenomeno possa essere la conseguenza di una eccessiva esposizione del feto, in fase prenatale, a steroidi sessuali come il testosterone.

Si sa infatti che i feti maschili hanno un livello di testosterone nel sangue circa dieci volte superiore rispetto a quello che circola nei feti femminili.

Ricchi e potenti si sentono anche più alti!

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Secondo una ricerca pubblicata dalla Cornell University l'esperienza psicologica del potere e della ricchezza ci conferirebbe anche l'illusione di essere più alti. 
Esiste una grande quantità di ricerche che hanno dimostrato la maggiore probabilità, per i soggetti più alti e imponenti, di accedere a posizioni di comando, ma questo è il primo lavoro a sostenere che la ricchezza e il potere danno la sensazione psicologica di essere fisicamente più alti.

Quindi, ad esempio, una donna che ha appena appreso di essere stata promossa ad un livello di maggiore responsabilità nella gerarchia della sua azienda, sperimenta una "esperienza fisica" di maggiore altezza come conseguenza della sensazione psicologica di aver acquisito maggior potere.

Questa correlazione è stata dimostrata attraverso tre esperimenti che hanno coinvolto 266 uomini e donne di nazionalità americana. Le manipolazioni relative alla percezione psicologica dell'altezza e  del potere sono state ottenute attraverso l'utilizzo di avatar in contesti virtuali.

L'illusione del coraggio: perché sovrastimiamo le nostre capacità di gestire situazioni imbarazzanti.

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Che si tratti di investimenti finanziari, bungee jumping o di parlare in pubblico, perché spesso tendiamo a considerarci più disinvolti e coraggiosi di quanto siamo in realtà, rischiando di essere sbugiardati quando arriva il momento della verità?

In un nuovo articolo pubblicato sulla rivista Journal of Behavioral Decision Making gli scienziati dell'Università del Colorado e del Carnegie Mellon sostengono che questa "illusione del coraggio" è un esempio di "gap dell'empatia", cioè della nostra incapacità di immaginare la condizione emotiva caratteristica di una determinata situazione di imbarazzo o pericolo.

Tale incapacità si concretizza in una sottostima delle difficoltà emotive tipiche di una determinata situazione ed in una conseguente sovrastima delle nostre possibilità di gestione del controllo razionale.

Secondo la teoria del gap dell'empatia, tanto più è lontano e improbabile il momento della verità, tanto maggiore sarà la nostra incapacità nel valutare le reali difficoltà legate alla contesto in questione.

I benefici sociali e psicologici del pettegolezzo.

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Per secoli, il pettegolezzo è stato considerato in modo estremamente negativo: chiacchiere maligne che hanno come unica funzione quella di danneggiare la reputazione e il buon nome di chi ne viene colpito.

Ma, in un recente studio condotto alla Berkeley, in California, si ipotizza che la diffusione del pettegolezzo possa essere stata favorita e mantenuta nel tempo da reali vantaggi sia di tipo sociale, con il pettegolezzo infatti si innesca un meccanismo di "controllo" del territorio, sia di tipo psicologico, in quanto è emerso che la "chiacchiera" abbassa il livello di stress.

Lo studio pubblicato on-line nel numero di Gennaio della rivista Journal of Personality and Social Psychology afferma che il pettegolezzo può anche avere una funzione terapeutica.

Sembra infatti che essere testimoni della messa in atto di un comportamento socialmente scorretto generi un aumento del livello di stress, riscontrabile anche da un'accelerazione della frequenza cardiaca. Stress che tende a diminuire in modo estremamente rapido se abbiamo la possibilità di trasmettere le informazioni per avvisare gli altri.

Abuso e dipendenza da sostanze alcoliche legate alla produzione di endorfine nel cervello.

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Secondo un nuovo studio condotto nel centro Clinico e di Ricerca Ernest Gallo, presso l'Università della California, bere alcol comporta il rilascio di endorfine in aree del cervello che producono la sensazione di piacere e di ricompensa.

Lo studio ha tracciato, per la prima volta negli esseri umani, il rilascio di endorfine nel nucleo accumbens e nella corteccia orbitofrontale in risposta al consumo di alcol.

Le endorfine sono proteine di piccole dimensioni prodotte naturalmente dal cervello che hanno un effetto simile agli oppiacei.

Il nucleus accumbens e il sistema limbico sembrano largamente coinvolti nei meccanismi di ricompensa e punizione, inoltre gli oppioidi endogeni e alcune droghe trovano un'abbondanza di recettori in queste strutture cerebrali.