I bambini con quoziente intellettivo alto da adulti useranno, con maggiore probabilità rispetto alla media, sostanze stupefacenti illegali.

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Un punteggio alto nel test che misura il quoziente intellettivo, ottenuto quando si è bambini, sembra essere correlato con l'abitudine all'uso di sostanze illegali nell'età adulta, soprattutto per i soggetti di sesso femminile.

Questo è quanto emerge da una recente ricerca pubblicata on-line nella rivista Journal of Epidemiology and Community Health.

Gli autori della ricerca basano le loro conclusioni su dati di uno studio che ha tenuto traccia delle informazioni riguardanti il consumo di droghe, fattori socio-economici e il livello di istruzione di un campione di circa 8.000 persone a partire dal 1970.

Il quoziente intellettivo dei soggetti che hanno preso parte alla ricerca è stato misurato all'età di 5 anni e successivamente all'età di 10 anni attraverso una scala di valutazione standard, inoltre sono state raccolte informazioni relative al livello di stress psicologico e all'uso di sostanze stupefacenti quando i soggetti hanno raggiunto l’età di 16 anni e nuovamente all'età di trent'anni.

Si comincia con le sigarette poi chissà dove si va a finire …

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Un recente studio condotto su cavie animali ha finalmente identificato il meccanismo biologico responsabile del fenomeno, già ampiamente evidenziato dai dati epidemiologici, che identifica il tabacco, e nello specifico la nicotina, come sostanza capace di favorire la dipendenza e l'abuso da droghe più pericolose, come la cocaina.

Lo studio, condotto dai ricercatori della Columbia University, New York, e pubblicato in Science Translational Medicine è il primo a dimostrare, spiegandone il meccanismo, che le nicotina innesca nel cervello una reazione capace di rendere i soggetti maggiormente inclini alla dipendenza da cocaina.

I dati statistici evidenziano che molti consumatori di sostanze illegali sono stati in precedenza consumatori di tabacco o di alcol. In base a questi dati, si è ipotizzato che l'accesso al mondo della tossicodipendenza fosse favorito dalle cosiddette "droghe leggere", quali ad esempio la marijuana la nicotina e l'alcol.

Ma questo modello, definito "gateway drug model" o "gateway sequence" (sequenza di ingresso), ha generato negli anni numerose controversie, soprattutto a causa della mancanza di evidenze scientifiche a suo sostegno, e dell'idea secondo la quale il rapporto tra droghe leggere e droghe pesanti sarebbe stato o del tutto casuale, o di tipo psicologico (personalità inclini alla dipendenza) e sociale.

Ansia e depressione: una combinazione di fattori ambientali, psicologici e genetici.

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Disturbi come l'ansia e la depressione sono la conseguenza di fattori ambientali e psicologici, ed è opinione condivisa che siano causati anche dal  "corredo genetico".
Tuttavia non è ancora chiaro in che modo ognuno di questi fattori influenzi le funzioni cerebrali inducendo i sintomi tipici dell'ansia e della depressione.

Per cercare di chiarire i meccanismi coinvolti in tali disturbi un gruppo di ricercatori ha approfondito lo studio del comportamento dell'amigdala, una parte del cervello che si iper-attiva in soggetti che soffrono di ansia e di depressione.

Lo studio ha dimostrato che il livello di attivazione dell'amigdala può essere influenzato sia dall'assetto genetico, sia dalla storia del soggetto (in relazione ad eventuali situazioni traumatiche) sia dalla sua struttura cognitiva, cioè dalla chiave di lettura che il soggetto utilizza per interpretare e dare un senso alla realtà che lo circonda.

I risultati suggeriscono che l'efficacia di una psicoterapia sull'attività cerebrale del paziente possa variare in relazione al suo assetto genetico.

Non riesci a parcheggiare in retromarcia? Forse è perché non hai giocato abbastanza con le "costruzioni" quando eri piccolo/a.

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Sin dalla loro comparsa nel mondo dei giocattoli per bambini, intorno agli anni 60, le "costruzioni" (spesso identificate con la marca del maggiore produttore di questa tipologia di giocattoli, la Lego) hanno lasciato ipotizzare a studiosi e genitori che, in qualche modo, il loro utilizzo potesse favorire lo sviluppo di competenze utili nell'approcciarsi a discipline come le scienze, l'ingegneria, la matematica e le materie tecnologiche.

In un recente studio alcuni ricercatori del Temple's Infant Lab hanno verificato l'esistenza di benefici reali a seguito di interazioni ludiche basate su questo tipo di gioco.

Mentre i bambini giocano con le costruzioni, a patto però di poter interagire con altri coetanei o con adulti, apprendono un tipo di linguaggio che li stimola nella concettualizzazione di rapporti spaziali, come ad esempio: sopra, vicino, sotto, intorno eccetera.

Quando gli adulti usano un linguaggio inerente le relazioni spaziali portano automaticamente i bambini a concentrare la loro attenzione su concetti relativi al rapporto tra gli oggetti e il contesto che li contiene.

Stati emotivi e propensione al rischio.

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È possibile che uno stato d'animo passeggero possa influenzare decisioni economiche che potrebbero ripercuotersi sulle nostre finanze per anni o decenni?

È possibile che gli istinti ereditati dai nostri antenati cavernicoli possano tuttora influenzare le decisioni che prendiamo in un mondo totalmente diverso da quello nel quale si è evoluta la nostra specie?

In base alle ultime ricerche la risposta sembra essere: si.

Alcuni ricercatori dell'Università di Stato dell’Arizona, in un recente articolo portano le prove del fatto che stati d'animo passeggeri ed impulsi arcaici, profondamente radicati nella natura umana, possono influenzare scelte “razionali” relative a campi estremamente specifici della vita moderna come ad esempio gli investimenti finanziari.

La nuova ricerca, appena pubblicata online dall’ American Psychological Association suggerisce che le nostre scelte in campo economico e finanziario cambiano radicalmente quando la nostra mente è suggestionata da pensieri che hanno a che fare con la sopravvivenza o con la riproduzione.

Testosterone, area prefrontale e controllo delle emozioni

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Ti dicono che sei troppo teso/a e “controllato/a”? Che pensi troppo prima di agire? Basta un campo magnetico posizionato davanti alla fronte per essere più naturali!

Se la parte frontale della corteccia cerebrale diviene meno attiva le persone tendono ad avere meno controllo sui loro comportamenti, e quindi a seguire maggiormente le proprie inclinazioni istintive.

Questo è ciò che è emerso a seguito di una ricerca pubblicata il 25 ottobre nella rivista Journal Current Biology. Lo studio è il primo a fare uso della stimolazione magnetica trans-cranica per inibire il funzionamento della corteccia prefrontale.

Durante la stimolazione magnetica trans-cranica il cambiamento indotto di un campo magnetico, posto vicino alla testa, influenza temporaneamente il livello di attività della corteccia cerebrale sottostante.

I soggetti che hanno preso parte a questo esperimento, e ai quali è stato soppresso temporaneamente il funzionamento della corteccia prefrontale, sono stati meno capaci di controllare i loro impulsi emotivi.

Un errore è la prova del fatto che siamo incapaci o è un occasione per migliorare?

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Sembra che Henry Ford abbia detto: “che tu sia convinto di avere successo o di fallire, hai comunque ragione” e

John Milton in, Paradise Lost, scrive “The mind is its own place, and in itself can make a heaven of hell, a hell of heaven” (la mente è il luogo di se stessa, e da sola può rendere l'Inferno un Paradiso, e il Paradiso un Inferno).

Un nuovo studio che verrà pubblicato nel prossimo numero della rivista Psychological Science porta prove sperimentali del fatto che le persone convinte di poter apprendere dai propri errori hanno una reazione cerebrale diversa, quando sbagliano, dalle persone che reputano l'intelligenza come un qualche cosa di non modificabile.

Una grande differenza, tra le persone che sono convinte che l'intelligenza sia malleabile e chi invece considera l'intelligenza come “data a priori”, consiste nel modo con il quale reagiscono agli errori.

Dislessia e Quoziente Intellettivo (QI)

QI e Dislessia
Ad una percentuale compresa tra il 5% ed il 10% dei bambini americani viene diagnosticata la dislessia. Storicamente, tale diagnosi veniva assegnata a bambini apparentemente normali o brillanti, dotati di un vocabolario articolato, ma con evidenti problemi nella lettura.

In sostanza la diagnosi era “riservata” a quei bambini dotati di quoziente intellettivo (QI) alto in contrasto con scarse prestazioni nella capacità di lettura di testi scritti. 
Era soprattutto la discrepanza tra il livello cognitivo generale e le basse capacità di lettura che indirizzava gli specialisti verso una diagnosi di dislessia.

Quando i bambini non sono così “brillanti”, tuttavia, i loro problemi di lettura vengono spesso incorporati in una definizione più generica di deficit cognitivo. Ora un nuovo studio, che fa uso della risonanza magnetica funzionale, vuole evidenziare l'indipendenza delle due problematiche; la non correlazione tra quoziente intellettivo (QI) e dislessia.

Sbadigliare per raffreddare il cervello.

Sbadigliare
Da sempre considerato un sintomo di noia o di stanchezza, lo sbadiglio potrebbe essere anche sintomo di un cervello troppo riscaldato.

Uno studio condotto dal dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva dalla Princeton University, è il primo ad evidenziare che, la frequenza dello sbadigliare, varia con il variare delle stagioni e che le persone sbadigliano molto meno quando la temperatura dell'ambiente e più calda rispetto alla temperatura corporea.

I ricercatori suggeriscono che questa differenza nella frequenza degli sbadigli in stagioni diverse potrebbe supportare la teoria che vede nello sbadiglio un metodo che il corpo adotta per regolare la temperatura del cervello.

La ricerca è stata condotta su un totale di 160 persone, 80 persone analizzati durante l'inverno ed 80 persone analizzati durante l'estate. I dati mostrano che il campione analizzato aveva una frequenza di sbadigli molto maggiore durante l'inverno. Al contrario d’estate, quando la temperatura esterna era equivalente a quella corporea, il numero di sbadigli diminuiva sensibilmente.

Genitori sotto stress.

Genitori sotto stress
In condizioni normali allevare un bambino è considerato un compito già di per se complicato, ma è noto che genitori sottoposti ad un lungo periodo di stress trovano particolarmente difficile mantenere la pazienza, l'attenzione e l'energia necessaria per assecondare le esigenze di un bambino.

In una nuova ricerca universitaria un team di scienziati prova a spiegare come mai lo stress cronico e le capacità genitoriali sono così strettamente correlati.

Dallo studio appare chiaro che fattori stressanti come le difficoltà economiche, o condizioni di sofferenza psicologica, quali la depressione, vanno ad intaccare le naturali risorse del corpo. Risorse necessarie per dare una risposta efficace allo stress, e rendono i genitori maggiormente soggetti alla messa in atto di una serie di comportamenti problematici tra i quali l'ostilità, la disattenzione, e la mancanza delle necessarie attenzioni affettive nei confronti della prole.

Usare antidepressivi raddoppia il rischio di ricadute

Antidepressivi
Secondo una recente ricerca condotta nell'Università di McMaster dallo psicologo evolutivo Paul Andrews i pazienti che soffrono di depressione e che decidono di far uso di antidepressivi sembrano essere maggiormente soggetti a ricadute rispetto ai pazienti che decidono di non prendere farmaci.

In questo nuovo articolo scritto dallo psicologo evoluzionista, articolo che rischia di riaccendere le polemiche relative all'uso di farmaci in caso di depressione, si conclude che i pazienti che hanno fatto uso di antidepressivi sono soggetti a ricadute nella misura di quasi il doppio rispetto ai soggetti che non hanno preso farmaci.

La meta analisi suggerisce che le persone che non hanno preso farmaci per la depressione hanno un rischio del 25% di ricaduta, mentre chi ha preso antidepressivi rischia di ricadere con una percentuale superiore al 42%.

Un atteggiamento pedagogico, fatto di istruzioni troppo dirette e specifiche, potrebbe inibire il comportamento di esplorazione spontanea tipico dei bambini.

Atteggiamento-pedagogico
Ipotizziamo che qualcuno ci mostri un nuovo oggetto tecnologico, dicendoci: “ecco come funziona”, mentre ci descrive una singola funzione di tale oggetto, come ad esempio ciò che accade quando viene premuto un bottone.

Che cosa accadrà quando avremo quell'oggetto nelle nostre mani?

Probabilmente andremmo a verificare tale funzionalità premendo quel bottone.

Ma, se l'oggetto sconosciuto avesse altre funzioni, avremmo voglia di andarle a scoprire?

Andremmo alla ricerca di funzionalità nascoste, soprattutto se chi ci ha mostrato l'oggetto non ha fatto alcuna menzione ad esse?

Sembra che ci sia un errore nella consuetudine dell’atteggiamento pedagogico di esplicitare le “istruzioni per l’uso”. Sembra infatti che le spiegazioni esplicite date ai bambini impediscano in qualche modo il comportamento di esplorazione.

Bambini di soli 11 mesi “allenati” per migliorare la concentrazione mostrano benefici evidenti.

L'attenzione dei bambini
Anche se molti genitori potrebbero trovare difficoltà nel crederlo, anche i bambini molto piccoli, di neanche un anno, possono essere allenati per migliorare le loro capacità di concentrazione.

Inoltre, bambini allenati in questo modo mostrano un miglioramento evidente nell'esecuzione di compiti che richiedono attenzione.

La notizia, riportata in Internet nell’uscita di Settembre della rivista Current Biology, appare in contrasto con i risultati di ricerche condotte su adulti che evidenziano come l’allenamento in uno specifico compito generalmente non si traduce nel miglioramento delle performance in compiti sostanzialmente diversi.

Inoltre questa ricerca potrebbe avere importanti implicazioni per il miglioramento delle competenze scolastiche in bambini con difficoltà di apprendimento, e quindi a rischio dal punto di vista educativo.